Auguri
A MARCOOOOOO, AUGURISSIMIIIIIIIII
Tutto è successo er 15 de marzo.
A Roma soffiava er ponentino.
Mentre i patrizi facevano le orge,
la plebe bisbocciava in trattoria.
E Cesare Giulio aveva le paturnie.
Per colpa di un robusto centurione
aveva litigato con Calpurnia.
E la consorte, senza mezze parole,
gli fece, a muso duro, 'sto discorso.
«A Cesarì, alias Caio e Giulio,
se, puta il caso, tu ce l’hai girati,
no’ mi venir a parlar di Marcantoni
e piantala di farmi 'sti sermoni.
È meglio se te ne stai zitto zitto
o incomincio a parlare dell’Egitto.
Ti ho, forse sarvognuno, ricordato
una certa signora egiziana,
quella grandissima... sovrana?
Metti nell’oblio il centurione
e ricordati di Cesarione.
Ascoltami bene, Julius,
bonae mulieris filius,
guardati allo specchio:
Anvedi che sei già vecchio?
Onde per cui:
ciccia al c**o e bonanotte al secchio.»
Sic Calpurnia parlavit.
Cesare, alias Caio Giulio,
impaturniato ed incazzato,
prese cappello e toga
e s’avviò al senato.
Appena sul colle Palatino,
la capoccia gli raffredda il venticello.
Eh sì, a furia di combatter questo e quello
aveva perso fin l’ultimo capello.
Si trovava in prossimità del Foro
quando s’accorge dell’errore.
Non aveva preso il cappello,
ma la corona d’alloro.
Sic Dux pensavit:
«Che fregatura fare il dittatore;
ti credono immortale,
ti credono potente,
altro non sei che un misero fetente.
Ti rompi le ossa a conquistare Albione,
ammazzi Celti e Galli a centinaia,
rischi le corna passando il Rubicone,
arrivi a Roma e ti chiaman fregnone».
Smoccolando e brontolando,
al deserto senato è arrivato.
Gli augusti senatori, vecchi rimbambiti,
a far la pennichella erano iti.
E, Caio Giulio Cesare,
non sapendo che cactus fare,
si sedette sullo scanno a cogitare.
Sulla soglia sono apparsi i congiurati,
che sembravano anche incazzati.
«Fottutus sum - pensavit Caius -
questus sembrat bruttus guaius».
Pugnalate da destra,
pugnalate da manca,
Cesare alza bandiera bianca.
Morente, scorse anche Bruto.
«Porcaccio Giuda, non c’è più religione,
un figlio che ti ammazza a tradimento».
Moribondo raccolse le sue forze,
prima che arrivasse la morte:
«Tu quoque, Brute,
fili mi...gnottae!».