NEWS DAL MONDO DELLA MEDICINA

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#201 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 115

Inizia sperimentazione vaccino AIDS

IL NUOVO VACCINO ITALIANO SARÀ SOMMINISTRATO A DUECENTO VOLONTARI PER LA FASE II DELLA SPERIMENTAZIONE PER VALUTARNE SICUREZZA E IMMUNOGENICITÀ




Grazie al gruppo di ricerca coordinato da Barbara Ensoli del Centro Nazionale AIDS dell'Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute italiano, in Sud Africa sono iniziate le sperimentazioni cliniche di fase II del vaccino tutto italiano anti AIDS su duecento volontari.
Il primo obiettivo della sperimentazione è quello di valutare l'immunogenicità del vaccino, basato sulla proteina Tat di HIV-1, il secondo è quello di valutarne la sicurezza. Lo studio sarà condotto in doppio cieco, che prevede un gruppo di controllo curato con placebo, su duecento volontari di età compresa tra i 18 anni e i 45 e il vaccino sarà somministrato con tre inoculi mensili; tutti i partecipanti sono infetti da HIV e in terapia HAART (terapia antiretrovirale).
Enrico Garaci, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, ha spiegato: "Questa fase della sperimentazione è possibile grazie ad anni di studio e di ricerche rese possibili dal finanziamento del Ministero della Salute, che da oggi si avvale del contributo del Ministero degli Esteri in quanto è iniziata una cooperazione tra il Governo sudafricano e quello italiano.

La sperimentazione clinica ISS T-003 inizia con incoraggianti premesse". Infatti, è già stato dimostrato negli studi di Fase I e II svolti in Italia che il vaccino Tat è sicuro ed è capace di indurre delle risposte immuni, di tipo anticorpale e cellulare, specifiche.
Sarà il Centro Clinico di Medunsa nella provincia di Gauteng ad occuparsi della sperimentazione ed entro l'ultimo trimestre del 2011 sarà pronta anche una nuova sede, presso l'Università di Walter Sisulu, Mthatha (Eastern Cape)

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#202 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 116

Un rene artificiale da cellule staminali

GRAZIE AD ALCUNI RICERCATORI SCOZZESI È STATO CREATO DA CELLULE STAMINALI DI LIQUIDO AMNIOTICO IL PRIMO RENE ARTIFICIALE CHE SI SPERA POSSA CRESCERE IN MODO AUTONOMO DOPO IL SUO TRAPIANTO




All'Università di Edimburgo (Scozia) è stato creato per la prima volta un rene artificiale sfruttando le cellule staminali prelevate da liquido amniotico umano. Jamie Davies, il capo progetto, ha spiegato che per creare in vitro un rene che potesse avere una struttura il più simile a quella di un rene fetale sono stati fatti dei grandi progressi e la speranza è che l'organo possa svilupparsi in modo autonomo una volta impiantato in un essere umano.
Il Professor Giuseppe Simoni è il Direttore Scientifico di Biocell Center, l'unico centro a livello mondiale a essere in grado di processare e crioconservare cellule staminali grazie a una nuova tecnologia brevettata dai propri ricercatori; inoltre il Biocell Center è leader mondiale per quanto riguarda gli studi sulle cellule amniotiche e la crioconservazione del liquido amniotico nelle sedi di Boston (USA), Sorengo (CH) e Busto Arsizio (VA). Simoni ha commentato lo studio di Davies: "Il liquido amniotico si è riconfermato una fonte importantissima per le cellule staminali pluripotenti, in quanto hanno un'alta stabilità genomica e presentano alti gradi di proliferazione e differenziazione. L'Italia è all'avanguardia per quanto riguarda le cellule staminali amniotiche con ricerche applicabili al campo della terapia cellulare e delle malattie degenerative".

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#203 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 117

Un batterio alla base della sclerosi multipla

UNO STUDIO ITALIANO HA MESSO ALLA LUCE UNA BASE BATTERIOLOGICA NELLA SCLEROSI MULTIPLA E QUESTO POTREBBE PERMETTERE LO SVILUPPO DI UN VACCINO CHE PROTEGGA LE SINAPSI DALLA DEMIELINIZZAZIONE




Da uno studio condotto dalle Università di Cagliari e Sassari è emerso che alla base della sclerosi multipla potrebbe esserci un batterio, il Mycobacterium avium subspecies paratuberculosis.
La sclerosi multipla è una malattia autoimmune demielinizzante, che colpisce il sistema nervoso producendo una degenerazione della guaina mielinica che riveste i neuroni e che attualmente solo in Italia affligge 57.000 pazienti (dati dell'Aism - Associazione Italiana per la Sclerosi Multipla).
Il gruppo di ricercatori è guidato dal dottor Davide Cossu, titolare di una borsa di studio Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, e da Leonardo Sechi dell'Università di Sassari e ha svelato che in molti pazienti malati è presente una proteina molto simile al batterio studiato; questo potrebbe permettere lo sviluppo di alcuni vaccini.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica PloS One.
Redazione MolecularLab.it (16/05/2011)

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#204 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 118

Virus contro le malattie genetiche rare

AL TIGEM DI NAPOLI USATI VIRUS ADENO-ASSOCIATI CONTRO LA MUCOPOLISACCARIDOSI DI TIPO 6 PER SOMMINISTRARE L'ENZIMA DEFICITARIO DIRETTAMENTE NEL FEGATO SENZA RIGETTO IMMUNOLOGICO




La terapia si avvicina: ancora una volta sono i virus alleati a dare una speranza per curare malattie genetiche rare. Una ricerca condotta da Alberto Auricchio, ricercatore dell'Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem) di Napoli, pubblicata su Molecular Therapy, ha dimostrato nel modello animale l'efficacia e la stabilità nel tempo della terapia genica per la mucopolisaccaridosi di tipo 6, malattia metabolica di origine genetica. Si accorciano dunque i tempi per trasferire la terapia sull'uomo.

Detta anche malattia di Maroteaux-Lamy, la mucopolisaccaridosi di tipo 6 è una malattia genetica dovuta a un difetto nel gene che contiene le informazioni per un enzima responsabile dello smaltimento di grosse molecole, i mucopolisaccaridi, che si accumulano così nelle cellule. È molto rara – in Italia sono noti soltanto 11 casi – ed esordisce in genere durante l'infanzia: con il tempo l'accumulo delle sostanze non smaltite porta a deformità scheletriche, problemi di vista e scompenso cardiaco, a causa dell'inspessimento delle valvole del cuore. A differenza di altre mucopolisaccaridosi, questa forma non colpisce il sistema nervoso centrale, per cui le persone affette non hanno ritardo mentale.



Da qualche anno è disponibile la terapia enzimatica sostitutiva, che prevede l'infusione dell'enzima mancante una volta alla settimana: tuttavia questo trattamento non è del tutto risolutivo, perché stenta a raggiungere le ossa, organo scarsamente irrorato da vasi sanguigni che possano trasportarvelo. Per migliorare ulteriormente la qualità della vita di questi pazienti, i ricercatori del Tigem stanno lavorando da anni a un altro approccio terapeutico, la terapia genica, che potrebbe rivelarsi più efficace a livello osseo e soprattutto meno invasiva perché richiederebbe un'unica somministrazione. Questa terapia consiste nel fornire la copia corretta del gene difettoso in questi pazienti tramite un virus, opportunamente modificato perché non sia dannoso ma comunque capace di trasportare materiale genetico nelle cellule bersaglio.

I ricercatori del Tigem hanno utilizzato dei particolari virus, detti "adeno-associati", che sono stati somministrati direttamente nel fegato dell'animale, laddove cioè l'enzima viene normalmente prodotto. Per la prima volta, i ricercatori Telethon sono riusciti a effettuare la terapia senza indurre alcuna risposta immunologica di rigetto nei confronti del gene esogeno. Gli scienziati hanno osservato, a un anno di distanza, non solo un aumento dello smaltimento dei rifiuti cellulari, ma anche un allungamento delle ossa lunghe (femore e omero), riduzione dell'ispessimento delle valvole cardiache e un netto miglioramento della mobilità spontanea.

"Il nostro lavoro dimostra che la strategia che abbiamo messo a punto per la mucopolisaccaridosi 6 funziona efficacemente in un modello di malattia" spiega Auricchio. "Risultati preliminari di un gruppo inglese suggeriscono che una strategia molto simile alla nostra è efficace in pazienti con un'altra malattia ereditaria, l'emofilia. Questo fa ben sperare per il futuro sviluppo della terapia genica per la mucopolisaccaridosi 6, al quale stiamo attivamente lavorando con il supporto della Fondazione Telethon".

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#205 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 119

Chi smette di fumare sviluppa una maggiore attività cerebrale

LE ZONE CEREBRALI DEI LOBI FRONTALI SONO BEN PIÙ SVILUPPATE NEGLI EX FUMATORI RISPETTO AD INDIVIDUI NON FUMATORI O FUMATORI, È QUANTO EMERGE DA UNO STUDIO IRLANDESE





Il Trinity College and Research Institute di Dublino ha condotto una ricerca su un gruppo di soggetti tra cui fumatori, non fumatori ed ex fumatori e ha scoperto che le tre tipologie dei soggetti studiati presentano dei differenti livelli di attività cerebrale.
Grazie all'utilizzo della risonanza magnetica funzionale, è emerso che le aree dei lobi frontali coinvolte nel controllo del comportamento sono molto più sviluppate negli ex fumatori, con un'attività cerebrale quasi doppia rispetto ai soggetti che non hanno mai fumato. Al contrario, i fumatori sono in grado di attivare in modo più significativo particolari zone sottocorticali coinvolte nel piacere procurato dalla nicotina.
I test, a cui sono stati sottoposti i soggetti sotto sperimentazione, prevedevano prove di gestione del comportamento e di controllo degli impulsi suscitati da immagini correlate al fumo.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Psychology & Sociology.

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#206 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 120

Il cellulare potrebbe causare il cancro

SERVONO ANCORA ACCERTAMENTI, MA L'AGENZIA INTERNAZIONALE PER LA RICERCA SUI TUMORI METTE SOTTO ACCUSA CAMPI MAGNETICI E RADIOFREQUENZE IN QUANTO FATTORI DI RISCHIO PER IL GLIOMA AL CERVELLO




"IARC classifica le radiazioni elettromagnetiche come eventualmente cancerogene per gli esseri umani": questo il titolo del comunicato stampa emesso dall'Organizzazione Mondiale della Salute in merito alla recente ricerca compiuta dal dall'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro.

Sebbene un tema del genere susciti da sempre tanta attenzione giornalistica, ciò che appare evidente dal resoconto ufficiale dei lavori del gruppo di ricerca è la grande cautela utilizzata nell'esposizione dei risultati. "Il gruppo di lavoro della IARC ha discusso dell'ipotesi che queste esposizioni potrebbe produrre effetti a lungo termine sulla salute", "negli ultimi anni, c'è stata una grande discussione circa la possibilità di effetti avversi per la salute in merito all'esposizione alle radiazioni elettromagnetiche", "l'evidenza è stata rivalutata criticamente": sono solo alcune delle espressioni scelte per spiegare e diffondere i dati dell'indagine.

L'Agenzia dell'OMS, in particolare, ha inserito i campi nei quali agiscono le radiazioni elettromagnetiche all'interno del "Gruppo 2B" ossia "potenzialmente cancerogene per gli individui", in base all'incremento del rischio di contrarre il glioma, un tumore al cervello maligno associato all'uso di apparecchi wireless.La ricerca ha visto coinvolti 31 scienziati provenienti da 14 paesi, riuniti a Lione dal 24 al 31 maggio per discutere dell'annosa questione scientifica. Nel dettaglio, la discussione e la valutazione della letteratura sull'argomento ha considerato tre categorie particolari concernenti l'esposizione ai campi elettromagnetici: esposizione a radar e microonde sul posto di lavoro, esposizione ambientale associata alla trasmissione di segnali radio, televisivi e wireless e, infine, l'esposizione individuale associata all'uso di telefoni wireless.

I ricercatori, dunque, hanno cercato di incrociare i dati sull'esposizione, gli studi sul cancro umano, quelli sperimentali sugli animali e altri dati tecnici rilevanti.

I risultati, come anticipato, invitano alla prudenza. L'evidenza, infatti, "è stata rivalutata criticamente" e definita "limitata" agli utenti di telefoni wireless per quanto concerne il glioma e il neuroma acustico. Tracciare conclusioni in merito ad altri tipi di cancro è stata definita un'operazione "inadeguata" data l'insufficiente qualità, consistenza e potere statistico delle ricerche a disposizione. In particolare, è stata considerata "inconsistente" l'evidenza relativa alla categoria riferita all'esposizione ambientale e professionale. Il team dei 31 non ha quantificato i rischi, ma è stato citato uno studio del sull'uso dei telefoni cellulare rilevato fino al 2004, il quale segnala un aumento del rischio di glioma pari al 40 nella categoria degli utenti assidui (30 minuti al giorno su un periodo di 10 anni). Altri ricercatori, come Robert Park del dipartimento di fisica dell'Università del Maryland, contestano queste affermazioni: "Il cancro è causato dal mutazioni dei filamenti di DNA. Le radiazioni elettromagnetiche non possono causare la mutazione dei filamenti di DNA a meno che la frequenza non sia pari o superiore alla parte blu dello spettro visibile o nell'ultravioletto. La frequenza dei cellulari è circa 1 milione di volte più bassa".

Jonathan Samet (della University of Southern California), a capo del gruppo di ricerca, ha spiegato che "l'evidenza, sebbene ancora da accumulare, è rilevante abbastanza da supportare una classificazione di tipo 2B. Tale conclusione significa che potrebbe esserci del rischio e, dunque, è necessario mantenere uno sguardo attento sul collegamento tra telefoni cellulari e rischio di tumore". E, dunque, date le potenziali conseguenze per la salute pubblica - sostiene Cristopher Wild, Direttore della IARC - è importante che siano condotte altre ricerche sul lungo periodo circa l'uso significativo di telefoni cellulari.

L'indicazione pragmatica rilevante è la seguente: "In base alle informazioni che si possiedono, è importante assumere misure pratiche per ridurre i rischi da esposizione come l'uso di auricolari o il texting".

Infine, è importante sottolineare che, nel corso dei lavori, il gruppo di ricerca ha preso in considerazione anche i dati provenienti dall'Interphone study, per molto tempo considerato controverso, ma ora definitivamente approvato dalla comunità scientifica.

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#207 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 121

Obesità e rischio insufficienza renale

RIDURRE IL RISCHIO DI INSUFFICIENZA RENALE ALLO STADIO TERMINALE NEI PAZIENTI OBESI È POSSIBILE GRAZIE ALLA SOMMINISTRAZIONE DI UN ACE-INIBITORE




Un italiano su dieci circa soffre di obesità, uno su quattro è in sovrappeso e la situazione non è certo migliore negli Stati Uniti, dove ben il 25% degli americani risulta 'oversize' e, cosa ancor più preoccupante, è obeso un paziente su quattro che inizia la dialisi.

Carmine Zoccali, responsabile della Commessa di Reggio Calabria dell'Istituto di biomedicina e immunologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibim-Cnr) e direttore dell'Unità operativa di nefrologia e trapianto renale Ospedali riuniti di Reggio Calabria sottolinea che "oggi l'obesità è considerata la causa più frequente di insufficienza renale cronica, tanto che il rischio di contrarla risulta più che triplicato nei soggetti con obesità lieve (Indice di massa corporea, Imc, tra 30 e 35 Kg/m2) e addirittura sette volte maggiore in quelli con obesità severa (Imc maggiore di 40 Kg/m2). Nonostante la frequenza della malattia renale cronica legata all'obesità, la ricerca specifica sui farmaci che possono ridurre e/o prevenire il danno renale negli obesi è ancora molto limitata".

In questo ambito di ricerca, il team dell'Ibim-Cnr di Reggio Calabria e i ricercatori dell'Istituto Mario Negri di Bergamo hanno effettuato una nuova analisi dello studio Ramipril Efficacy in Nephrology (Rein) appena pubblicata sul Journal of American Society of Nephrology (JASN).

Lo studio riguarda il ruolo del Ramipril, un inibitore dell'enzima che regola la sintesi dell'ormone angiotensina II, prodotto in larga preponderanza dal rene ma anche dalle arterie e dal cuore, fondamentale per il controllo del tono vascolare e del circolo renale.

"Alti livelli di angiotensina II possono determinare un aumento della pressione arteriosa e, al contempo, un'alta pressione di filtrazione nei glomeruli renali, una delicatissima e fondamentale componente microscopica dei reni", spiega Zoccali. L'indagine ha analizzato i dati di un precedente studio randomizzato, placebo-controllo, che aveva esaminato gli effetti del Ramipril in 337 pazienti adulti di ambo i sessi, con malattie renali proteinuriche (presenza di proteine nelle urine) non correlate al diabete. La velocità di progressione di queste malattie e gli effetti del Ramipril sono stati poi confrontati nei pazienti obesi e in sovrappeso rispetto a quelli normopeso.

"Dalla ricerca è emerso che il Ramipril ha abbassato notevolmente il rischio di progressione verso la fase terminale dell'insufficienza renale in tutte e tre le categorie ponderali (normopeso, sovrappeso e obesità), ma l'entità della riduzione del rischio è risultata maggiore per i pazienti obesi, circa l'86% rispetto al 45% di quelli normopeso", rileva il ricercatore dell'Ibim-Cnr. "Questa osservazione è importante in quanto, nei pazienti trattati con placebo, gli obesi erano proprio la categoria a rischio più alto di sviluppare nefropatia all'ultimo stadio, con un rischio più che doppio di finire in dialisi rispetto ai normopeso".

Rimane ancora da dimostrare, conclude Zoccali, "se gli Ace-inibitori come il Ramipril hanno lo stesso effetto protettivo anche nei pazienti con più bassi livelli di proteinuria o in totale assenza, in attesa di conferma anche dei risultati della ricerca su studi effettuati in pazienti di altre etnie. È però confermato che l'uso del Ramipril e, probabilmente, l'uso di altri Ace inibitori non solo è in grado di ridurre la pressione arteriosa ma anche di correggere l'aumento della pressione di filtrazione a livello glomerulare, così risultando utile nel ritardare la progressione della malattia renale nei pazienti obesi".

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#208 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 122

Costruito primo laser 'vivente'

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A 50 anni dalla sua invenzione, il laser ''prende vita''. Lo fa usando come lente una cellula staminale umana, geneticamente modificata trasferendo al suo interno il gene di una medusa che la rende fluorescente.

Il risultato sa di fantascienza, ma i ricercatori americani del Massachusetts General Hospital che lo descrivono sulla rivista Nature Photonics pensano gia' alle applicazioni, che potrebbero andare dalle diagnosi mediche alle comunicazioni su fibra ottica, all'informatica.

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#209 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 123

Premio internazionale di oncologia a Luca Gianni

L'ONCOLOGO GIANNI È STATO INSIGNITO DEL PREMIO DELL'ASCO GRAZIE ALLE SUE NUOVE SCOPERTE RIGUARDO AL CANCRO ALLA MAMMELLA PIÙ AGGRESSIVO, L'HER2




Il premio americano dell'ASCO "Gianni Bonadonna Breast cancer award and lecture 2011" è stato consegnato per la prima volta a un italiano, il direttore del dipartimento di oncologia medica del San San Raffaele Cancer Center di Milano Luca Gianni.
L'oncologo insignito in passato ha la lavorato con Gianni Bonadonna, personaggio che ha dato un grande contributo nella lotta contro il cancro alla mammella e a cui è dedicato il premio: "Accettai la proposta del Professore Bonadonna quando ero a medicina interna perché cercava giovani borsisti per il suo laboratorio. All'epoca gli spiegai che non ero interessato all'oncologia, ma mi avrebbe fatto piacere lavorare in laboratori all'estero".
Gli studi condotti dal Professore Gianni si sono concentrati su un tipo di tumore alla mammella molto aggressivo, l'Her2: questa proteina è molto pericolosa in quanto provoca ricadute nelle pazienti. All'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena è stato migliorato dal team della dottoressa Marcella Mottolese un nuovo metodo diagnostico che analizza il recettore Her2, capace di diminuire, modificare e aumentare passando da negativo a positivo e viceversa.


Nell'ultimo periodo è stato messo a punto anche un nuovo macchinario a scopo preventivo: grazie alla mammografia MAMMI (Mammography with molecular imaging) si è passati alla rilevazione di lesioni superiori ai 5mm alla visualizzazione di lesioni fino a 1,5mm.
Il premio dell'ASCO è stato introdotto nel 2007 ed è stato dedicato all'oncologo Gianni Bonadonna per merito del quale il tasso di mortalità causato dalla neoplasia della mammella è diminuito in modo significativo.

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#210 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 124

Un nuovo farmaco per sconfiggere il melanoma

DA UNO STUDIO INTERNAZIONALE ARRIVA LA NOTIZIA CHE IL VEMURAFENIB È IN GRADO DI AUMENTARE LA SOPRAVVIVENZA DEI SOGGETTI AFFETTI DA MELANOMA METASTATICO CON MUTAZIONE DEL GENE BRAF




L'Istituto dei Tumori 'G.Pascale' di Napoli ha presentato al Meeting annuale dell'American Society of Clinical Oncology di Chicago uno studio internazionale su un nuovo farmaco efficace contro il melanoma.
Secondo i dati della ricerca, che annovera tra gli autori ben tre italiani, il Vemurafenib è in grado di abbassare del 63% le morti di soggetti affetti da melanoma metastatico positivo alla mutazione del gene BRAF V600 e di ridurre, rispetto alla chemioterapia, e fino al 9% il rischio di peggioramento della patologia.
Paolo Ascierto, direttore dell'Unità di oncologia medica e terapia innovative del Pascale, ha spiegato che i risultati sono molto incoraggianti perché il farmaco possiede un'alta rapidità d'azione che permette di ottenere ottime risposte nel 50% dei soggetti affetto da questo tipo di melanoma; inoltre i possibili effetti di tossicità cutanea si sono dimostrati largamente tollerabili.

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#211 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 125

Come avviene lo smaltimento dei rifiuti cellulari

SCOPERTO COME IL GENE TFEB COORDINA LA SINTESI DEGLI AUTOFAGOSOMI ADIBITI AL TRASPORTO DELLE SOSTANZE DI SCARTO E QUELLA DEI LISOSOMI, DOVE I CATABOLITI VENGONO SMALTITI




Continua la lotta del Tigem ai rifiuti cellulari: il team di Andrea Ballabio, direttore dell'Istituto Telethon di genetica e medicina di Napoli, ha gettato nuova luce sulla "squadra molecolare" che ripulisce le nostre cellule da sostanze di scarto e ne permette lo smaltimento e il riciclo. La scoperta, ottenuta grazie alla collaborazione tra i due laboratori del Tigem - quello di Napoli e quello di Houston presso il Jan and Dan Duncan Neurological Research Institute del Texas Children's Hospital - si è meritata le pagine della prestigiosa rivista scientifica Science e conferma l'importanza di questo meccanismo biologico individuato per la prima volta nel 2009 proprio dai ricercatori partenopei.

"Come ogni famiglia nella sua vita quotidiana, anche le nostre cellule producono rifiuti" spiega Ballabio. "E anche a livello cellulare un corretto smaltimento è fondamentale, pena l'accumulo progressivo di sostanze tossiche per i tessuti. È quanto accade nelle malattie genetiche da accumulo lisosomiale, che sono dovute a difetti ereditari a carico di particolari enzimi, ma anche in patologie molto più diffuse come quelle di Alzheimer e di Parkinson o, più semplicemente, nel corso dell'invecchiamento. Poter controllare la gestione cellulare dei rifiuti può quindi rappresentare la chiave per evitare i danni legati a svariate malattie". Una svolta in questo senso è stata nel 2009 la scoperta da parte del gruppo di ricerca di Andrea Ballabio del gene TFEB, che controlla la produzione dei lisosomi, le strutture cellulari deputate alla degradazione delle sostanze di scarto.



Il nuovo studio targato Tigem/Telethon dimostra che TFEB dirige anche la sintesi degli autofagosomi, altri organelli che hanno invece il compito di captare le sostanze di scarto e trasportarle ai lisosomi. "Continuando con la metafora ecologica" spiega Carmine Settembre, primo autore del lavoro, "possiamo paragonare gli autofagosomi ai camion che trasportano la spazzatura e i lisosomi ai termovalorizzatori che li degradano: TFEB è la cabina di regia che controlla il lavoro degli uni e degli altri e che può quindi determinare l'efficienza dell'intero processo di pulizia". Dal punto di vista della ricerca di base è la prima volta che un singolo gene si dimostra capace di dirigere l'attività di due diversi compartimenti cellulari: da qui il grande interesse della comunità scientifica internazionale, ma anche la conferma che questo è un meccanismo dal grande potenziale applicativo: "oggi sappiamo che agendo su TFEB possiamo aumentare non solo la capacità degradativa delle cellule, ma anche quella di intercettare le sostanze di scarto" continua Settembre. "Questo è importante, perché per ripulirle davvero non serve soltanto avere tanti "termovalorizzatori" ma anche più "camion" in grado di trasportarveli".

"Abbiamo in mano uno strumento formidabile" spiega Ballabio: "individuando farmaci specifici in grado di attivare TFEB, il direttore d'orchestra, possiamo infatti provare a modulare di conseguenza tutti i "musicisti" coinvolti. Siamo già al lavoro per questo e il fatto di lavorare in collaborazione con istituti di ricerca così all'avanguardia non può che accelerare il risultato". Dallo scorso dicembre, infatti, il direttore del Tigem è anche a capo di un laboratorio Tigem/Telethon dedicato allo studio delle malattie lisosomiali all'interno del Jan and Dan Duncan Neurological Research Institute, fortemente voluto da un'associazione americana di pazienti fondata dai genitori di una bimba colpita da una gravissima malattia neurodegenerativa di origine genetica. Come ha dichiarato la direttrice dell'istituto Huda Zoghbi, "Andrea Ballabio ed io abbiamo la stessa visione: il modo migliore per comprendere i meccanismi delle malattie, curarle e migliorare la vita dei pazienti è una ricerca di base multidisciplinare. Il nostro è un ottimo esempio di come si possano combinare due eccellenze situate da entrambi i lati dell'oceano e offrire una speranza per la cura di malattie terribili. Malattie che colpiscono i bambini, per le quali la ricerca serve disperatamente".

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#212 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 126

Scoperto il modo per regolare l'angiogenesi

IN FUTURO SARÀ POSSIBILE CREARE DELLE TERAPIE PER LE PATOLOGIE DELLA RETINA GRAZIE ALLA REGOLAZIONE DELLA PROTEINA VEGF CHE CONTROLLA L'ANGIOGENESI




Alcuni ricercatori del Cincinnati Children's Hospital Medical Center hanno scoperto che è possibile invertire il processo molecolare che intraprendono i mielociti del sistema immunitario per regolare l'angiogenesi.
Lo studio, condotto dal Visual Systems Group della Divisione di oftalmologia, è stato condotto su colture cellulari e topi: le retine dei topi in via di sviluppo, nel periodo postnatale, utilizzano la rete di segnalazione del Wnt, proteina fondamentale nello sviluppo embrionale e nella formazione di masse tumorali.
La rete di segnali emessi dal Wnt coinvolge a sua volta il gene Flt1, che sintetizza per la proteina VEGFR1 (recettore 1 del fattore di crescita dell'endotelio vascolare) capace di bloccare lo sviluppo vascolare dopo essersi legato con il fattore di crescita VEGF. In questo modo l'espressione del Flt1 può essere diminuita per aumentare la concentrazione di VEGF e quindi incrementare l'angiogenesi, oppure aumentando l'espressione del gene si inibisce VEGF e quindi si blocca l'angiogenesi.


Richard Lang direttore del Visual System Group ha spiegato: "Per ora siamo stati in grado di dimostrare come questo cammino molecolare venga sfruttato dai mielociti per regolare l'angiogenesi; in futuro la modulazione di questa via, potrà permettere lo sviluppo di nuove terapie per la riparazione di tessuti danneggiati, e per il decorso delle patologie della retina".
I dati della ricerca sono stati pubblicati su Nature.

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#213 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 127

La perdita di coscienza in un video 3D

UN GRUPPO INGLESE DI RICERCATORI HA MONITORATO DIVERSE REGIONI ANATOMICHE DEL CERVELLO DURANTE LA PERDITA DI COSCIENZA CAUSATA DA UN ANESTETICO




Grazie ad alcune raffinate apparecchiature di imaging, un gruppo di ricercatori guidati da Brian Pollard dell'Università di Manchester è riuscito a filmare cosa succede nel cervello nell'attimo in cui si perde conoscenza.
Per riuscire nell'intento, i ricercatori hanno utilizzato la tecnica FEITER (Functional Electrical Impedance Tomography by Evoked Response) una variante della tecnica a imaging tomografica a impedenza elettrica che permette di monitorare l'attività cerebrale in profondità e ad alta velocità.
Pollard ha spiegato: "Per la prima volta siamo riusciti a seguire in tempo reale la perdita di coscienza causata dall'azione di un farmaco anestetico in diverse zone anatomiche del cervello umano. Ora stiamo cercando di interpretare i cambiamenti che abbiamo riscontrato, perché al momento non sappiamo precisamente cosa succede all'interno del cervello durante la manifestazione di questo evento".
I risultati ottenuti rinforzano l'ipotesi che la coscienza sia l'espressione di un'intensa collaborazione di distinti gruppi di neuroni che comunicano tra loro e che sono modulati da umore, farmaci e crescita.
Il filmato 3D è stato illustrato al Congresso Europeo di Anestesiologia di Amsterdam.

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Re: NEWS DAL MONDO DELLA MEDICINA

#214 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 128

Nuova cura per la malattia di Huntington

RICERCATORI HANNO FERMATO LO SVILUPPO DELLA NEURODEGENERAZIONE MIRANDO A UNO SPECIFICO ENZIMA IL KMO IN DROSOPHILA, MIGLIORANDO ANCHE I SINTOMI




I pazienti che soffrono della malattia (Corea) di Huntington prestino attenzione: alcuni scienziati provenienti da Regno Unito e Stati Uniti hanno scoperto un nuovo metodo per curare questa malattia neurodegenerativa che colpisce la coordinazione muscolare e porta al declino cognitivo e alla demenza e infine alla morte. In due studi separati, i ricercatori affermano che le loro scoperte potrebbero aiutare a ritardare lo sviluppo della malattia di Huntington, del morbo di Parkinson e dell'Alzheimer. Questa ricerca è stata recentemente pubblicata sulla rivista Current Biology.

Gli esperti spiegano che la malattia di Huntington è una malattia ereditaria del sistema nervoso centrale. Le cellule del cervello degenerano progressivamente il che porta i pazienti all'incapacità di camminare, parlare e persino pensare logicamente. Circa 1 persona su 10.000 soffre di questa malattia debilitante.

Nel primo studio, condotto dall'Università di Leicester nel Regno Unito, i ricercatori hanno fermato lo sviluppo della neurodegenerazione legata alla malattia di Huntington mirando a uno specifico enzima - chinurenina 3-monossigenasi, KMO - nei moscerini della frutta. Il dott. Flaviano Giorgini, il professor Charalambos Kyriacou e il loro team hanno manipolato direttamente i metaboliti della via nervosa cellulare del KMO tramite farmaci per manipolare i sintomi mostrati dai moscerini.



"Questo lavoro fornisce la prima prova genetica e farmacologica che l'inibizione di un particolare enzima - KMO - è protettiva in un modello animale di questa malattia e abbiamo anche scoperto che mirando ad altri punti di questa via nervosa cellulare si possono migliorare i sintomi della malattia di Huntington nei moscerini della frutta," dice uno degli autori anziani dello studio, il dott. Giorgini dell'Università di Leicester.

"Questa conquista è importante visto che attualmente non esistono farmaci in grado di fermare la progressione o rallentare l'insorgenza della malattia di Huntington. Siamo molto felici dei risultati ottenuti da questi studi e speriamo che essi avranno risultati diretti per i malati di Huntington. Il nostro lavoro insieme allo studio pubblicato su Cell, fornisce conferme importanti dell'inibizione del KMO come potenziale strategia terapeutica per questi soggetti. Visto che sono disponibili molti inibitori KMO e se ne stanno sviluppando degli altri, si spera che questi composti possano in definitiva essere testati in esperimenti clinici per questa e per altre malattie neurodegenerative.

I ricercatori che hanno contribuito a questi studi hanno in programma di continuare le loro attività, occupandosi del potenziamento e dello sviluppo dell'intervento medico nella malattia di Huntington e in altre malattie neurodegenerative.

Commentando la ricerca, il direttore generale dell'Associazione per la malattia di Huntington, Cath Stanley, dice: "È una ricerca molto interessante che darà speranza alle tante persone affette dalla malattia di Huntington."

Il dott. Giorgini ha collaborato anche con il professor Robert Schwarcz dell'Università del Maryland, Facoltà di Medicina, e con il dott. Paul Muchowski dell'Università della California, San Francisco, Stati Uniti, fornendo maggiori informazioni sul potenziale ruolo del KMO nella cura delle malattie di Huntington e Alzheimer.

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Re: NEWS DAL MONDO DELLA MEDICINA

#215 Messaggio da leggere da jpm »

Interessante, per caso sai se sono iniziati gli studi anche sull'uomo?

P.S. Ago, mi sono permesso di riportare le dimensioni dei caratteri al tuo standard abituale.
Rischiavi di far venire il mal di testa a chi usa risoluzioni spinte, nel far leggere con i caratteri così piccoli!
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Re: NEWS DAL MONDO DELLA MEDICINA

#216 Messaggio da leggere da desertstorm »

Mi pare che la sperimentazione sull'uomo sia tutt'ora in una fase attiva, ma solo negli States, su alcuni soggetti affetti da Corea di Huntington al primo stadio. Ma........attenzione ....................

...........negli Usa la sperimentazione sull'uomo ha delle procedure molto particolari.
Infatti (me lo ha spiegato un mio cliente psichiatra ) quando negli states viene creato un nuovo, viene sperimentato su soggetti che si offrono in modo spontaneo e dietro compenso, stipulando un vero e proprio contratto in cui il soggetto "cavia" si impegna durante la sperimentazione a comunicare tutti gli eventuali effetti prodotti dalla somministrazione del farmaco sperimentale. Anche quelli collaterali.

E l'inghippo sta proprio qui, ed il motivo per qui i medici (italiani in particolar modo) sono molto scettici all'introduzione sul territorio nazionale di farmaci derivati dalla sperimentazione Usa è dovuto al fatto che i soggetti "cavia" pur di non perdere gli introiti economici derivanti dalla loro prestazione di "cavia" (e sono tantissimi) OMETTONO di comunicare alle equipe di medici, gli effetti collaterali (spesso molto lievi, raramente gravi) che accusano durante il trattamento sperimentale, falsando in questo modo la veridicità della bontà del farmaco stesso. Che verrà poi introdotto su territorio nazionale ed internazionale.

Un esempio? Forse te lo ricorderai anche tu. Il Cronassial, un ganglioside estratto dal cervello bovino per il trattamento di neuropatie. Due anni dopo la messa in commercio un neurologo tedesco denunciò cinque casi di pazienti curati con il Cronassial che svilupparono la sindrome di Guillain-Barrè-Strohl, una malattia neurologica gravissima potenzialmente letale.
Il Cronassial è un estratto dal cervello bovino, e l'incubazione di questa malattia va da un anno a 35, pertanto anche se il farmaco viene definitivamente ritirato dal mercato mondiale, migliaia di persone rimangono con un atroce dubbio, tuttora non risolto.

Un altro esempio più recente è il Vioxx...........e poi ancora tanti altri, molti dei quali realizzati con molecole sviluppate e sperimentate negli States proprio con questo sistema



Ps.: Jean quei caratteri li ho messi apposta, perche stranamente quando inviavo il messaggio in modo normale (senza ingrandire o rimpicciolire i caratteri) mi ritrovavo il messaggio (e solo quello, per gli altri (compreso questo) è tutto ok) con caratteri enormi, quindi ho deciso di inviarlo con i caratteri più piccoli ma...... me li ritrovavo in grassetto e piccoli (?!?!??!) ......non ho approfondito e li ho lasciati cosi. Ora che li hai ridimensionati io vedo tutto il messaggio con caratteri enormi ...............non so cosa sia successo, negli altri topic (ed anche questo stesso messaggio è tutt'ok) bohh ?!?!?!?!?!?

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Re: NEWS DAL MONDO DELLA MEDICINA

#217 Messaggio da leggere da desertstorm »


news n° 129

Capelli clonati da cellule staminali

SEMBRA POSSIBILE POTER CLONARE CAPELLI PARTENDO DAI SEGNALI CHIMICI CHE FISIOLOGICAMENTE STIMOLANO LA DIVISIONE DELLE CELLULE STAMINALI NEI FOLLICOLI PILIFERI




Alla Bosley di Los Angeles il Dottor Ken Washenik ha studiato una nuova tecnica per riattivare le zone della testa rimaste prive di capelli.
La nuova tecnica, chiamata neogenesi follicolare, arriva dalla ricerca biotecnologica e mette in primo piano le cellule staminali dei follicoli da cui nascono naturalmente i capelli.
All'interno di ogni follicolo del cuoio capelluto sono presenti alcune cellule staminali che attivate da segnali chimici si dividono in una nuova cellula staminale e in una specializzata che si trasformerà poi nel capello.
Il team di ricercatori, dopo aver scoperto che alcune cellule inviano segnali ai follicoli morti affinché questi ricominicino a far crescere il capello, ora sta indagando per capire appieno la natura di questi segnali chimici per poi utilizzarli in una coltura di cellule staminali per poter ripopolare una zona del cuoio capelluto priva di capelli.
In questo modo, assicura Washenik, entro circa quattro anni la nuova tecnica di clonazione di capelli potrà diventare un trattamento applicabile.

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Re: NEWS DAL MONDO DELLA MEDICINA

#218 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 130

Cellule staminali per riparare lesioni spinali

LE STAMINALI POSSONO ESSERE UTILIZZATE PER CURARE SOGGETTI AFFETTI DA LESIONI ALLA SPINA DORSALE E PER CREARE PONTEGGI BIOLOGICI CHE RIPARINO LE LESIONI DA TRAPIANTO



Durante l'IBRO, il Congresso Internazionale sulle Neuroscienze di Firenze si è discusso dell'importante ruolo che ricoprono le cellule staminali nella ricerca scientifica.
E' stata descritta la possibilità di utilizzare cellule staminali adulte per curare tutti quei pazienti affetti da SCI (spinal cord injury) e di sfruttare ponteggi biologici per perfezionare le riparazioni delle lesioni da trapianto.
Inoltre il professore di neurochirurgia dell'Università di Toronto, Michael Fehlings ha voluto mettere in luce i dibattiti che da anni coinvolgono l'utilizzo delle staminali nella ricerca; in particolare ha voluto sottolineare la differenza tra cellule staminali totipotenti e cellule staminali che non sono in grado di creare una nuova vita.

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#219 Messaggio da leggere da desertstorm »

news n° 131

Siringhe molecolari formate da nanotubi di carbonio

UNO STUDIO INTERNAZIONALE HA CONDOTTO DELLE SIMULAZIONI TEORICHE PER TESTARE IL POSSIBILE IMPIEGO DI NANOTUBI DI CARBONIO PER INTRODURRE FARMACI E GENI ALL'INTERNO DI UNA CELLULA



Al dipartimento Ciamician dell'Università di Bologna un team di ricercatori ha testato dei nuovi dispositivi in grado di penetrare le membrane cellulari.
In laboratorio sono state create delle siringhe nanometriche: tubicini impalpabili di carbonio con una lunghezza di alcuni millimetri e un diametro più piccolo di un nanometro in grado di iniettare in modo molto preciso farmaci e geni in cellule malate.
Secondo i ricercatori il modo più semplice di penetrare una membrana cellulare con queste nuove siringhe molecolari è con un'inclinazione radente rispetto la superficie, raggiungendo così l'equilibrio energetico più favorevole.
I risultati sono stati ottenuti mediante delle simulazioni teoriche, con modelli matematici, questo perché come ha spiegato Siegfried Hofinger dell'Unibo "Per ora nessuno è in grado di verificare sperimentalmente questi fenomeni, perché maneggiare questi nanotubi è altamente difficile".


Insieme al gruppo dell'Unibo coordinato da Francesco Zerbetto, alla ricerca hanno partecipato anche la Universidade do Porto in Portogallo e la Michigan Technological University (USA): questi, hanno svolto due simulazioni indipendenti con approcci teorici molto diversi. La prima si è concentrata sul concetto di "Environmental Free Energy" e sull'equilibrio energetico del sistema; la seconda simulazione, meno accurata della prima, è riuscita però a descrivere al meglio l'evoluzione dinamica e temporale del comportamento di grandi molecole in soluzione.
I ricercatori si sono serviti di tubicini molto corti in modo che fossero inglobati interamente dalla parete delle cellule: i tubicini più lunghi, dopo essere entrati nella membrana, iniziano a disporsi parallelamente la superficie.
Inoltre, è stato dimostrato che l'utilizzo di fasci di tubicini uniti assieme producono minor danni cellulari.
Entrambe le simulazioni hanno ottenuto il medesimo risultato: nell'utilizzo di dispositivi così microscopici è da preferire l'introduzione radente alla membrana cellulare.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Biomaterials.

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Re: NEWS DAL MONDO DELLA MEDICINA

#220 Messaggio da leggere da desertstorm »

News n° 132

NUOVO VACCINO CONTRO LA TUBERCOLOSI (in via di perfezionamento)
Pronto il prototipo della nuova profilassi anti-Tbc



Mentre in Italia infuriano le polemiche per l'epidemia di tubercolosi partita dall'ospedale Gemelli di Roma, un gruppo di ricercatori americani della Yeshiva University di New York ha messo a punto un nuovo e più efficace vaccino contro la malattia.
La ricerca è stata pubblicata su Nature Medicine, e il suo primo firmatario, William Jacobs Jr., spiega: “produrre vaccini efficaci contro la tubercolosi richiede una migliore comprensione dei meccanismi utilizzati dal Mycobacterium tuberculosis, la specie batterica che causa la tubercolosi, per eludere la risposta immunitaria del corpo”.
I ricercatori sono giunti alla messa a punto del vaccino servendosi di un batterio simile a quello della tubercolosi, il Mycobacterium smegmatis, letale a dosi elevate per i topi ma innocuo per gli uomini. Manipolando la struttura del batterio, i ricercatori ne hanno eliminato i geni del gruppo ESX-3, quelli che il M. smegmatis utilizza per aggredire il sistema immunitario. Privi di tali geni i batteri non erano più in grado di nascondersi e di evitare così la risposta immunitaria.
I ricercatori hanno quindi testato il vaccino anche sul Mycobacterium tubercolosis, verificando una maggiore resistenza dei topi analizzati rispetto al gruppo di controllo in termini di sopravvivenza, con una media di 135 giorni a fronte di 54 giorni. “In particolare, gli animali vaccinati sopravvissuti per più di 200 giorni avevano il fegato completamente privo di batterio della tubercolosi, un fenomeno mai osservato prima".
Il vaccino, che punta a sostituire il BCG (Bacillus Calmette-Guerin) attualmente in uso, dev'essere tuttavia perfezionato, dal momento che la risposta immunitaria ideale è stata registrata soltanto in un topo su cinque.

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