DALLA CARNE ALLA MOZZARELLA: "CAMORRA FOOD S.P.A."
SERVE A TAVOLA
MOZZARELLE, zucchero, burro, caffè, pane, latte, carne, acqua minerale, biscotti, banane, pesce. Difficile ammettere che quando andiamo a fare la spesa rischiamo di finanziare le organizzazioni criminali. Eppure è così. Il paniere della camorra, di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta tocca la giornata tipo di un comune cittadino. Ogni gesto, dal primo che compiamo al mattino sino alla cena, può far arricchire i clan a nostra insaputa. Per comprendere come ogni passaggio possa esser dominato dai clan, basta descrivere una giornata.
Si inizia dal bar. Il caffè in molti territori è monopolio dei boss. A volte ne gestiscono la produzione, altre solo la distribuzione. Esempio: il clan Mallardo di Giugliano imponeva ai bar di comprare il caffè Seddio prodotto da una ditta intestata ai D’Alterio, nipoti del boss Feliciano Mallardo. L’operazione della Guardia di finanza “Caffèmacchiato” del 2011 ha mostrato che l’imposizione del caffè Seddio era di tipo estorsivo, ma ha anche svelato l’esistenza di un vero e proprio accordo tra il clan Mallardo e i vertici dei Casalesi, che consentivano l’espansione degli interessi dei giuglianesi anche in aree tradizionalmente sotto il loro controllo, previo pagamento di una tangente che veniva versata al “gruppo Setola”.
Consumare una tazzina di caffè Seddio era molto più di una pausa dal lavoro, era molto più di un modo per trovare energie al mattino: era bere il frutto di un patto, di un’alleanza. Il clan Vollaro di Portici imponeva la marca di caffè “È cafè”, prodotto da un cognato dei Vollaro, subconcessionario di El Brasil di Quarto. Spesso le organizzazioni riescono a trattare sui chicchi direttamente in Sudamerica, ne gestiscono la torrefazione e poi la distribuzione. Imponendo la marca di caffè ai bar, accade che iniziano in qualche modo a partecipare alla loro gestione: entrano nelle attività e appena sono in crisi ne rilevano la proprietà.
Sembra un’economia minore, ma garantisce un flusso continuo di denaro ed è un modo per conquistare nuovi territori, per stringere alleanze, per creare coperture. Giuseppe Setola costrinse gran parte dei bar e delle caffetterie dell’agro aversano e del litorale domizio ad acquistare una miscela di caffè di pessima qualità, il Caffè nobis, a un normale prezzo di mercato. Con i suoi fedelissimi aveva costituito un vero e proprio marchio, aperto partite Iva e creato società, per dare all’affare una parvenza di legalità. E poi c’è il Caffè Floriò, che fa capo a Cosa Nostra: imposto a decine di locali di Palermo.
Anche lo zucchero che mettiamo nella tazzina è un business enorme e può essere sospetto. Dante Passarelli, considerato l’imprenditore di riferimento della famiglia Schiavone, era riuscito a divenire il re dello zucchero con la sua società Ipam. Lo zucchero Ipam era ovunque. Eridania, il colosso italiano, denunciò un’espansione innaturale dei prodotti dello zuccherificio di Passarelli. La società fu sequestrata tra il 2001 e il 2002 dalla Dda, da allora il marchio è diventato Kerò. Dante Passarelli morì misteriosamente cadendo da un terrazzo nel 2004 poco prima della sentenza Spartacus. Morendo, i beni congelati tornarono alla famiglia e quindi, presumibilmente, nella disponibilità del clan dei casalesi, di cui Passarelli era stato prestanome.
A Napoli, il caffè viene sempre servito con un bicchiere d’acqua minerale. Ma anche l’acqua può essere affare dei clan. Il boss
dei Polverino di Marano, Peppe o’ Barone, aveva una rete distributiva gigantesca che comprendeva acqua minerale, uova, polli, bevande e, ovviamente, anche caffè. Storia antica questa dell’acqua minerale: la camorra negli anni 80 aveva iniziato a esportare l’acqua campana negli Stati Uniti. Poi d’improvviso le bottiglie smisero di partire da Napoli. Eppure il commercio d’acqua in America continuava. Cosa accadde lo ha raccontato il film di Giuseppe Tornatore “Il camorrista” (tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Marrazzo pubblicato nel 1984 da Pironti): il boss o’ Malacarne decise di spedire soltanto le etichette, che venivano incollate su bottiglie riempite con acqua di rubinetto di New York. Bastava il marchio, perché, come diceva o’ Malacarne: “Che ne capiscono gli americani, tanto quelli bevono la Coca– Cola”.
I clan, anche quelli che investono nei mercati finanziari di tutto il mondo, hanno i piedi ben radicati nei Paesi, nelle province, nella terra, nelle cose. E partono da bisogni primari. Dal cibo. Dal pane. Ma poiché sul pane il margine di guadagno è spesso bassissimo, le strategie cambiano. O il racket impone un vero e proprio monopolio nella vendita della farina ai panettieri della zona che, terrorizzati dalle continue minacce, comprano a un prezzo altissimo e completamente fuori mercato una farina scadente e di bassissima qualità (lo racconta l’operazione Doppio zero a Ercolano). Oppure i clan si trasformano in panificatori: hanno spesso forni clandestini che utilizzano per produrre tonnellate di pane da vendere la domenica mattina in strada. Pane clandestino ed esentasse. I forni venivano alimentati evitando di comprare legna costosa e bruciando vecchie bare trovate nei cimiteri, infissi marci, tronchi di alberi morti trattati con agenti chimici: tutto ciò che avrebbe dovuto essere smaltito perché rifiuto speciale, finiva nei forni per cuocere il pane.
E poi il latte. Nulla di male assoceremmo mai al latte: bianco, candido, ricordo d’infanzia. E invece il suo è uno dei mercati più ambiti dalle organizzazioni criminali che presero a proteggere anche quello, anche il latte Parmalat. Il clan dei casalesi e i Moccia avevano praticamente eliminato nelle province di Napoli e Caserta ogni residua concorrenza. Quando qualche ditta riusciva ad abbassare il prezzo del proprio latte, il racket bruciava i camion o imponeva un pizzo elevatissimo costringendo quindi ad aumentare il prezzo per non insidiare il mercato del latte Parmalat. Cirio e Parmalat agivano in regime di monopolio grazie a un obolo che ogni mese versavano ai clan. Era tale la gravità della situazione che a fine anni 90 l’Autorità garante per la concorrenza si trovò costretta a imporre alla Eurolat (acquisita da Parmalat nel 1999) la cessione di alcuni marchi per sanare la situazione.
Pane, latte e burro: un tempo la prima colazione si faceva così. Ma anche il burro per anni è stato al centro degli affari dei clan. Nel 1999, la Dda di Napoli scoprì una vera e propria holding mafiosa che coinvolgeva i maggiori produttori di burro a uso industriale dell’Italia meridionale insieme ad aziende di burro piemontesi e grandi aziende dolciarie francesi e belghe compiacenti. Protagonista la Italburro controllata dal clan Zagaria, che produceva un burro venefico, utilizzando sostanze tossiche, oli per la cosmesi, sintesi di idrocarburi e grassi animali.
Non poteva sfuggire il mercato della carne, da sempre settore con una forte influenza mafiosa, come già aveva denunciato Giancarlo Siani nel 1985 parlando del clan Gionta nell’articolo che probabilmente lo condannò a morte. Forse l’operazione più importante sul traffico illegale del mercato della carne è stata Meat Guarantor, un’inchiesta conclusasi nel 2002 e condotta dai carabinieri del Nas che ha descritto il coinvolgimento di rappresentanti di tutti i settori della filiera della carne: allevatori, macellatori, proprietari delle macellerie, amministratori pubblici conniventi. L’organizzazione sgominata aveva base a Napoli e in provincia di Salerno, ma si estendeva al nord Italia e in Germania; utilizzava veterinari che certificavano la buona salute di animali che invece erano stati sequestrati perché malati. Ad altri animali, privi di documentazione sanitaria e spesso malati, somministravano medicine perché rimanessero vivi e potessero essere macellati. Recentemente il collaboratore di giustizia Domenico Verde ha dichiarato ai pm: “Si vende esclusivamente la carne delle aziende di Giuseppe Polverino”, dell’omonimo clan che già commercializzava acqua. Polverino, camorrista e imprenditore, arrestato pochi mesi fa in Spagna, aveva utilizzato lo spaccio di cocaina e hashish come apripista per le sue imprese nel settore alimentare. Aveva i piedi saldi a terra, saldi nella sua terra, e utilizzava l’attività criminale per sostenere l’impero dei generi alimentari.
E poi c’è la frutta: la camorra fa da tramite dall’Africa al mercato ortofrutticolo di Fondi e nei porti: senza pagare i clan, non si può scaricare la merce che rimane a marcire nei container. L’operazione della Dia Sud Pontino svelò un patto tra Cosa nostra e camorra per controllare ortofrutta e trasporti. Fondi, in provincia di Latina, era lo snodo centrale per controllare il mercato della frutta e della verdura al centro-sud e anche in alcune zone del nord. Il clan dei Casalesi, i Mallardo, i Licciardi, insieme alle famiglie mafiose siciliane dei Santapaola-Ercolano di Catania, imponevano il monopolio dei trasporti facendo fluttuare i prezzi. Non solo Fondi, anche la frutta e la verdura nel nord Italia hanno avuto un controllo mafioso. L’ortomercato alla periferia sud-est di Milano è stata una delle piazze in cui la ‘ndrangheta ha compiuto molti dei suoi affari, controllando ampi settori della filiera agroalimentare. Non esisteva mela, pera o melanzana trasportata in tutta Italia che non portasse nel suo prezzo la traccia dell’affare mafioso.
Allearsi con le mafie spesso significa distribuire i propri prodotti a prezzi migliori, a condizioni vantaggiose. Non è raro che importanti marchi finiscano per essere rappresentati da agenti dei clan. Agli inizi degli anni Duemila, un affiliato del clan Nuvoletta, Giuseppe Gala detto Showman, aveva acquistato importanza nel clan proprio perché nel business alimentare sapeva muoversi. Era diventato agente della Bauli. I Nuvoletta tra l’altro imponevano il raddoppio del prezzo del panettone Bauli a Natale come “tassa” per sostenere le famiglie dei detenuti in carcere.
Infine c’è la mozzarella, prodotto campano d’eccellenza, nel mirino delle organizzazioni da sempre. I casalesi importavano latte proveniente dall’est Europa, dove avevano allevamenti di bufale, mozzarelle romene che venivano vendute come mozzarelle casertane. Poi hanno iniziato a importare a basso costo le bufale dalla Romania, per infettarle con sangue marcio di brucellosi e guadagnare dall’abbattimento. Inquinare con affari mafiosi la produzione di mozzarella significa compromettere una delle storie culturali ed economiche più preziose della Campania. E i clan lo fanno da decenni. Nella vicenda che ha portato all’arresto di Giuseppe Mandara e al sequestro dell’azienda è emerso che grazie al rapporto con i La Torre, l’imprenditore aveva tratto vantaggio dalla rete criminale messa a disposizione dal clan e dalla sua condotta mafiosa. Non solo ci sarebbe un rapporto economico, ma anche un appoggio strategico. Mandara, secondo le accuse, utilizza una prassi tipica della logica mafiosa: per abbassare i costi utilizza prodotti di scarsa qualità o mischia tipi di latte diverso. Nelle mozzarelle di bufala prodotte da Mandara era infatti presente anche del latte vaccino in percentuali considerevoli. Le mozzarelle di bufala venivano quindi messe in commercio con l’indicazione Dop anche se il procedimento non l’avrebbe affatto consentito.
Ultimo viene il dolce. I clan sono riusciti a infettare, secondo la Dda di Napoli, persino uno dei marchi di pasticceria industriale più famosi d’Europa: la Lazzaroni e i suoi amaretti. Secondo le accuse dell’antimafia, capitali criminali avrebbero risollevato aziende del Nord in crisi sanando i conti e facendo chiudere i bilanci in attivo. Un miracolo in tempo di crisi. È un salto di qualità: la trasformazione del crimine in un’imprenditoria ricca, forte, competitiva. Ma dalle fondamenta marce.
Ciò che dovrebbe far riflettere è che le mafie hanno solo anticipato quei meccanismi che spesso sono diventati prassi nel settore alimentare italiano, europeo e non solo. Essere competitivi, per molte imprese, significa abbassare a tal punto la qualità, da rendere talvolta ciò che si produce al limite dei criteri consentiti per la commercializzazione. Come per ogni settore, prima che arrivino forze dell’ordine e magistratura, i consorzi di categoria sono fondamentali. È fondamentale che chi fa prodotti di qualità pensi di unirsi e tutelare i consumatori, se stessi e il proprio mercato. L’alternativa è che il massimo ribasso non farà vincere la qualità, la bravura, i talenti, ma solo i prodotti più corrotti e le imprese più furbe. Triste destino per l’eccellenza italiana.
Roberto Saviano
Ancora un interessante articolo che la dice lunga su quello che sta accadendo.
Mafie, i padroni della crisi
Perché i boss non fanno crac
La crisi è un business planetario per le mafie. I clan criminali entrano di prepotenza nelle banche Usa per riciclare milioni di dollari. In Grecia approfittano della corruzione e fanno affari coi carburanti. In spagna si infiltrano nel mercato immobiliare e puntano ai profitti colossali come il progetto Eurovegas. Un'economia sporca che si mimetizza nei santuari della grande finanza
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I CAPITALI mafiosi stanno traendo profitto dalla crisi economica europea e, più in generale, dalla crisi economica dell'Occidente, per infiltrare in maniera capillare l'economia legale. Eppure i capitali mafiosi non sono solo l'effetto della crisi globale, ma anche e soprattutto la causa, perché presenti nei flussi economici sin dalle origini di questa crisi. Nel dicembre 2009, il responsabile dell'Ufficio Droga e Crimine dell'Onu, Antonio Maria Costa, rivelò di avere le prove che i guadagni delle organizzazioni criminali fossero l'unico capitale d'investimento liquido che alcune banche avevano avuto a disposizione durante la crisi del 2008 per evitare il collasso.
Secondo le stime del Fmi tra gennaio 2007 e settembre 2009 le banche statunitensi ed europee persero più di 1 bilione di dollari in titoli tossici e prestiti inesigibili e più di 200 erogatori di mutui ipotecari andarono in bancarotta. Molti grandi istituti di credito fallirono, furono rilevati o commissionati dal governo. È possibile dunque individuare il momento esatto in cui le organizzazioni criminali italiane, russe, balcaniche, giapponesi, africane, indiane sono diventate determinanti per l'economia internazionale. Ciò è avvenuto nella seconda metà del 2008, quando la liquidità era diventata il problema principale del sistema bancario. Il sistema era praticamente
paralizzato a causa della riluttanza delle banche a concedere prestiti e solo le organizzazioni criminali sembravano avere enormi quantità di denaro contante da investire, da riciclare.
Una recente inchiesta di due economisti colombiani, Alejandro Gaviria e Daniel Mejiia dell'Università di Bogotà, ha rivelato che il 97,4% degli introiti provenienti dal narcotraffico in Colombia viene puntualmente riciclato da circuiti bancari di Usa ed Europa attraverso varie operazioni finanziarie. Stiamo parlando di centinaia di miliardi di dollari. Il riciclaggio avviene attraverso un sistema di pacchetti azionari, un meccanismo di scatole cinesi per cui i soldi contanti vengono trasformati in titoli elettronici, fatti passare da un Paese all'altro, e quando arrivano in un altro continente sono pressoché puliti e, soprattutto, irrintracciabili. Così i prestiti interbancari iniziarono a essere sistematicamente finanziati con i soldi provenienti dal traffico di droga e da altre attività illecite. Alcune banche si salvarono solo grazie a questi soldi. Gran parte dei 352 miliardi di dollari provenienti dal narcotraffico sono stati assorbiti dal sistema economico legale, perfettamente riciclati. Questo non dimostra soltanto che in tempo di crisi le difese immunitarie delle banche si abbassano pericolosamente, ma anche che in tempo di ripresa economica i capitali criminali determineranno le politiche finanziarie delle banche salve grazie ai capitali criminali. Questa dinamica spinge a interrogarsi sul peso che le organizzazioni criminali hanno sul sistema economico in tempo di crisi e a considerare necessario un maggiore controllo del settore bancario.
E se i soldi della droga sono così utili alle banche e ai Paesi che li riciclano, ciò aiuta a spiegare anche come mai la lotta alla droga in molti Paesi occidentali viene fatta "con il freno a mano", soprattutto in momenti di crisi in cui la liquidità monetaria è vista come un'oasi nel deserto. Si prendono di mira solo la fase produttiva e le attività dei cartelli criminali, e si trascura la fase di riciclaggio dei proventi. In definitiva si combatte la microeconomia della droga, ma non la macroeconomia. Basti pensare che se in Colombia esistono misure altamente restrittive per impedire l'immissione nelle banche di ingenti quantità di denaro, negli Usa la legge sulla privacy e il segreto bancario permette la creazione di un fondo bancario senza conoscerne l'origine. Il sospetto, quindi, è che le istituzioni americane ed europee sappiano molto di più di quanto dicano e che attaccare i grandi gruppi finanziari non sia facile per i governi.
I capitali criminali stanno tornando nelle banche. In questo contesto, i momenti più critici sono stati la crisi finanziaria in Russia - le cui cause furono attribuite anche al dilagare della mafia russa - e quelle globali del 2003 e del 2007-2008. Il settore finanziario si ritrovò a corto di liquidità, così le banche si aprirono ai cartelli criminali che avevano soldi da investire. "Le banche negli Stati Uniti sono usate per accogliere grandi quantità di capitali illeciti occultati nei miliardi di dollari che vengono trasferiti tra banca e banca ogni giorno", ha dichiarato il capo della Sezione Riciclaggio del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Jennifer Shasky Calvery, a febbraio 2012 durante una seduta al congresso sul crimine organizzato. New York e Londra sarebbero diventate le due più grandi lavanderie di denaro sporco del mondo. Non più i paradisi fiscali come le Cayman Islands, o la Isle of Man. Ma la City e Wall Street. Durante la crisi, le banche diventano più convenienti e soprattutto sicure per il riciclaggio. Quando si riunisce, il G20 dovrebbe farlo con la sola priorità di costruire nuove regole per far fronte all'economia criminale, forza assai più potente del terrorismo nello svuotare la democrazia ed erodere i diritti, compromettere i mercati, concedere apparenti
ricchezze.
La Grecia da molti anni vive un'aggressione criminale che l'Europa e i governi greci hanno sottovalutato. Questa aggressione è certamente uno degli elementi che hanno portato al disastro economico e alla fragilità delle istituzioni. L'Indice di Corruzione 2011 stilato da Transparency International vede la Grecia allo stesso livello della Colombia. La corruzione in Grecia è costata circa 860 milioni di euro nel 2009 e circa 590 nel 2010. Tra le istituzioni più corrotte del Paese ci sarebbero ospedali e uffici dell'erario. Questi dati dicono chiaramente che la Grecia è da decenni terra di investimento mafioso. Non è un caso che il più grande vertice della mafia russa degli ultimi anni si sarebbe tenuto a dicembre 2010 proprio in Grecia, in un ristorante di Salonicco. Vi avrebbero preso parte i rappresentanti di una sessantina di famiglie mafiose per porre fine a una guerra sanguinosa iniziata nel 2008 e che ha coinvolto anche la Grecia, dove nel maggio 2010 morì improvvisamente Lavrenty Chokladis, rappresentate per l'Europa del padrino 73enne Aslan Usoyan detto "Nonno Hassan". Ora, a causa della crisi, i greci hanno dovuto mettere mano ai loro risparmi: circa 50 miliardi di euro sono stati prelevati dalle banche greche dal 2009 al 2011. Venendo a mancare i canali di prestito ufficiali, sempre più persone ricorrono ai prestiti illegali, rivolgendosi agli strozzini.
Secondo alcuni dati, in Grecia, il mercato nero dei prestiti illegali avrebbe un giro d'affari di circa 5 miliardi di euro all'anno; secondo il governo, invece, sarebbe addirittura pari al doppio, cioè 10 miliardi. Attività che pare sia quadruplicata dall'inizio della crisi nel 2009. Di questa cifra, più della metà rimane nelle tasche degli usurai, che applicano tassi di interesse a partire dal 60% annuo. A gennaio a Salonicco (seconda città più grande della Grecia) è stata sgominata un'organizzazione criminale che prestava soldi a un tasso di interesse tra il 5 e il 15% a settimana. E per chi non pagava erano previste punizioni. Il gruppo era attivo a Salonicco da più di 15 anni ed era composto da 53 estorsori, tra cui due avvocati, un medico, un dipendente di una squadra di calcio. Il numero di vittime accertate è tra 1.500 e 2.000, per un guadagno totale di circa 1 miliardo di euro.
Nell'organizzazione spunta il nome di Marcos Karamberis, il proprietario di un ristorante che si era candidato come vice-governatore dell'Imathia, regione della Grecia settentrionale. Un ruolo di spicco era svolto dai fratelli Konstantinos e Marios Meletis, in passato accusati di traffico di droga. Tra i nomi degli accusati vi è anche quello di Dimitrios Lambakis, imprenditore di 54 anni, proprietario di una fabbrica per la produzione di pasta sfoglia a Halkidiki: secondo la polizia la fabbrica era stata rilavata dagli usurai perché il precedente proprietario non era riuscito a pagare i suoi debiti. Secondo fonti del Ministero delle Finanze greco, molte delle operazioni di usura in Grecia sono connesse alle bande del crimine organizzato dei Balcani e dell'Est Europa. Quando la Romania e la Bulgaria entrarono a far parte dell'Unione Europea nel 2007, le bande criminali guadagnarono un facile accesso alla Grecia. Le loro principali attività sono il traffico di donne e di eroina, l'usura è solo un affare secondario.
Ma il mercato nero che ha le cifre più incisive nel contrabbando greco è quello che riguarda il petrolio. Dal contrabbando di gasolio illegale si ricavano fino a 3 miliardi di euro all'anno (dati del
2008). Le leggi greche fissano il prezzo del gasolio per uso navale/ marittimo - l'industria navale è il fiore all'occhiello dell'economia greca - a un terzo rispetto al prezzo del gasolio per le automobili o per il riscaldamento domestico. Succede però che i trafficanti trasformino il combustibile navale economico in costoso combustibile per case e automobili. È una pratica che richiede un'ampia infrastruttura criminale, inclusi depositi illegali vicino ai porti e alle grandi città per stoccare il combustibile navale, che viene adulterato e rivenduto per altro uso. Si stima che il 20% della benzina venduta in Grecia venga dal mercato illegale: i benzinai, a quel che si dice, vendono una benzina che sarebbe un mix di carburante comprato legalmente e carburante acquistato sul mercato nero, cosa che permette ai rivenditori di guadagnare di più ed evitare le tasse. Inoltre la Grecia importa il 99% del suo carburante, eppure secondo le cifre ufficiali riuscirebbe a esportarne ai Paesi vicini più di quanto importa. Panos Kostakos, politologo greco, ricorda che "La Grecia è il luogo di nascita della democrazia, ma il guaio è che l'attuale sistema politico è una Mafiocrazia Parlamentare. Dovremmo sempre tenerlo a mente quando discutiamo questioni di legge, ordine e giustizia".
La Grecia da molto tempo assieme alla Spagna è la porta delle rotte della cocaina in Europa. Nel dicembre 2011 un'indagine dell'antimafia di Milano ha portato all'arresto complessivamente di 11 persone al sequestro di 117 chili di cocaina, 48 di hashish e di vari automezzi utilizzati per un traffico illecito di droga dal Sudamerica in Italia attraverso la Grecia. Anche dietro la crisi spagnola ci sono anni di potere dei capitali criminali, di assenza di regole, di contrasto soltanto ai segmenti militari delle organizzazioni. Oggi la Spagna è colonizzata da gruppi criminali autoctoni (i galiziani, i baschi e gli andalusi) e da organizzazioni straniere (italiane, russe, colombiane e messicane). Storicamente è sempre stata un rifugio per i latitanti italiani, sebbene con l'entrata in vigore del mandato di cattura europeo le cose siano cambiate. Anche la legislazione antimafia spagnola è migliorata, ma il Paese continua a offrire grandi opportunità di riciclaggio, che con l'attuale crisi europea sono diventate ancora più grandi. Il boom immobiliare che la Spagna ha avuto dal 1997 al 2007 è sicuramente stato manna per queste organizzazioni, che hanno investito i loro guadagni sporchi nel mattone iberico.
Zakhar Kalashov e Taniel Oniani, arrestati rispettivamente nel 2006 e nel 2011, sono esponenti dell'organizzazione denominata "Ladri nella legge" attiva in Russia e Georgia; reinvestivano i ricavi dei loro traffici nel mercato immobiliare spagnolo. La Spagna poi è stata per tanti anni punto d'arrivo privilegiato in Europa per i trafficanti di cocaina: qui, seguendo la rotta atlantica, sbarcavano i carichi provenienti dalla Colombia, prima che le misure antimafia europee costringessero le organizzazioni a deviare il percorso verso l'Africa. Il boss del clan dei casalesi Nunzio De Falco risiedeva a Granada, dove ufficialmente gestiva un ristorante, ma in realtà trafficava droga. Gli "Spagnoli di Scampia" - come Raffaele Amato, arrestato a Marbella nel 2009 - stavano a Madrid, Barcellona e Costa del Sol e investivano nel mercato immobiliare e in finanziarie. Roberto Pannunzi e suo figlio Alessandro, broker del narcotraffico legati a varie 'ndrine calabresi, utilizzavano la Spagna come base operativa per i loro traffici. Sebbene la "rotta africana" abbia modificato i percorsi della polvere bianca e la collocazione delle organizzazioni, la rotta atlantica non è stata abbandonata, si è solo ridimensionata. La Spagna, quindi, rappresenta ancora uno snodo fondamentale per il traffico di cocaina verso i Paesi europei. In una situazione del genere la proposta del magnate americano Sheldon Adelson di un investimento di 35 miliardi di dollari per Eurovegas, un complesso di casinò, attrazioni e strutture turistiche sulla scia di Las Vegas, da realizzarsi in Catalogna o vicino a Madrid, rischia di trasformare quei luoghi nel centro
di riciclaggio mafioso dell'Occidente.
Nel 2006 ci fu un'indagine della Banca Centrale di Spagna volta a spiegare l'incredibile quantità di banconote da 500 euro presenti sul territorio nazionale, soprannominate "Bin Laden" perché se ne parla tanto ma si vedono pochissimo, come accadeva per il capo talebano. Le banconote da 500 euro sono utilizzate molto di frequente dalle organizzazioni criminali perché occupano poco spazio per il trasporto e per lo stoccaggio: in una cassetta di sicurezza da 45 cm stanno fino a 10 milioni di euro in pezzi da 500. Nel 2010 le agenzie di cambio inglesi smisero di convertirla dopo aver scoperto che il 90% delle transazioni erano collegate a fenomeni criminali come narcotraffico o riciclaggio. Eppure, ancora nel 2011 le banconote da 500 euro rappresentavano il 71,4% del valore di tutte le banconote presenti in Spagna.
L'Italia, purtroppo, non fa eccezione. La mafia italiana ogni anno (rapporto SOS impresa) può contare su una liquidità di 65 miliardi con un utile di circa 25 miliardi superiore all'ultima manovra finanziaria italiana. Le organizzazioni mafiose incidono direttamente sul mondo dell'impresa per 100 miliardi, pari al 7% del Pil nazionale. Tutti soldi di cui Stato e cittadini onesti vengono privati, e che finiscono invece nelle tasche dei mafiosi. "Sconfiggeremo la mafia entro la fine della legislatura", aveva dichiarato il Premier Berlusconi nel 2009. "In tre anni sconfiggeremo la mafia, la camorra e la 'ndrangheta", aveva ribadito nel 2010. Una delle tante promesse non mantenute. Il Premier italiano Mario Monti ha dichiarato che l'Italia si trova in uno stato di difficoltà soprattutto a causa dell'evasione fiscale, che va combattuta con strumenti forti: con strumenti anche più forti va combattuto il sommerso creato dalle mafie, che uccide l'economia pulita. Le mafie sono ormai organizzazioni internazionali, globalizzate, agiscono ovunque.
Parlano diverse lingue, stringono alleanze con gruppi oltreoceano, lavorano in joint-venture e fanno investimenti come qualsiasi multinazionale legale: non si può rispondere a colossi multinazionali con provvedimenti locali. Bisogna che ogni Paese faccia la propria parte, perché nessuno è immune. Bisogna colpire i capitali, il loro motore economico, che troppo spesso rimane illeso, perché più difficile da tracciare, e perché, come abbiamo visto, è un capitale che fa gola a tanti in momenti di crisi, alle banche prime fra tutti.
(27 agosto 2012)
Le bombe dei clan esplose in silenzio
I due ordigni a Scampia, il quartiere a nord di Napoli dove è in atto una faida tra il clan degli scissionisti e quello dei 'girati'. Un fatto preoccupante che tristemente è diventato cronaca quotidiana
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IMMAGINATE se due bombe da guerra, di quelle utilizzate per combattere nell'ex Jugoslavia fossero state lanciate a Milano. O a Roma, Torino, Venezia. O fossero state lanciate in un quartiere di Parigi. I telegiornali avrebbero aperto in allarme, le prime pagine avrebbero dato la notizia pretendendo responsabilità e analisi da parte delle istituzioni e della società civile. Invece vengono lanciate a Scampia ed è solo una notizia di cronaca locale: la solita, l'ennesima.
Lotto G e case Celesti territorio del clan dei "Girati", è lì che hanno lanciato le bombe. Una è esplosa, l'altra no. Bombe di fabbricazione est europea, di quelle usate dalle truppe della tigre Arkan. Esplosivo al plastico con microsfere metalliche che rendono l'ordigno ancora più pericoloso. Per generare allarme e attenzione nazionale avrebbero dovuto esserci morti, tanti morti. E invece, fortunatamente, solo feriti. Anche se questi feriti sono bambini - ancora bambini! - di 9 e 13 anni. Questa notizia anche se agghiacciante non è servita a cambiare l'agenda politica né a catalizzare l'attenzione del paese. Non c'è stata alcuna indignazione. Ha avuto più luce la nuova fidanzata di Berlusconi che quest'ennesimo atto di guerra nel sud Italia. Ancora una volta la priorità nella battaglia antimafia è sembrata non esserci.
Antimafia, parola abusata, che ha perso quasi del tutto senso. Il governo Monti ha avuto un comportamento disciplinato nella lotta alle mafie ma non sufficiente: lo scioglimento da parte del ministero dell'Interno del Comune di Reggio Calabria è stato coraggioso. Si è cercato di essere presenti a Scampia. Tutto questo è stato importante ma, forse perché le priorità sembravano altre, non c'è stato un attacco frontale ai capitali mafiosi e alle organizzazioni criminali.
La prima questione, la più urgente da affrontare, doveva essere la questione economica. Le casse dei clan e il loro rapporto con le banche italiane. Gli americani hanno individuato il pericolo enorme che le mafie rappresentano per l'economia nazionale e hanno deciso di dichiarare loro guerra anche attraverso un monitoraggio più attento delle banche. Hsbc, il colosso finanziario inglese, ha pagato una multa di 1,9 miliardi di dollari per aver tra l'altro riciclato i soldi dei narcotrafficanti. La banca Wachowia ha pagato 50 milioni di dollari in multa e subìto confische per 110 milioni per lo stesso motivo. Anche Citibank, una delle banche più grandi d'America, è stata accusata di riciclaggio.
È pensabile che in Italia nessuna banca sia stata chiamata a rispondere di riciclaggio? Possibile che l'ingresso dei capitali dei clan nell'economia legale venga avvertito come priorità negli Stati Uniti e non da noi che abbiamo sul territorio tre delle mafie più potenti del mondo? Secondo la Dea tra i 500 e i 1.000 miliardi di dollari di denaro sporco ogni anno vengono lavati negli istituti di credito americani. Miliardi! E in Italia invece non accade nulla? Possibile? Il sistema finanziario italiano non è stato chiamato a rispondere e la lotta alle mafie è stata delegata nei fatti soltanto all'impegno del singolo per le denunce, alle polizie per le indagini e ai tribunali per le condanne. È pensabile che nel paese dove il fatturato delle mafie è in assoluto la prima voce economica le banche siano estranee a questi flussi? Potevano essere fatte velocemente leggi a cui la maggioranza berlusconiana non si sarebbe opposta - o almeno non avrebbe potuto farlo pubblicamente e impunemente - per poter mettere mano ai rapporti tra finanza e organizzazioni criminali. Si poteva velocizzare il riutilizzo e l'assegnazione alla società civile di beni e capitali confiscati alle organizzazioni criminali.
E poi c'è la questione carceri che in Italia è una priorità da affrontare e risolvere. Mi si dirà: "Ma questo cosa ha a che fare con la battaglia antimafia?". Moltissimo. Non tutti gli affiliati sono al 41 bis. Il 41 bis, il carcere duro, è per i capi. La maggior parte degli affiliati, quelli che non scontano la loro pena al 41 bis, in carcere vivono una condizione di privilegio. Non vengono picchiati, hanno una struttura di solidarietà esterna, ricevono stipendio dai clan, nessun altro detenuto osa maltrattarli. E addirittura, per scelta di tutte le mafie, le faide esterne al carcere si sospendono una volta dentro, evitando quindi spargimenti di sangue in galera, come accadeva negli Anni 80. Gli altri carcerati, i non affiliati, vivono l'inferno e ambiscono a entrare nelle organizzazioni per poter essere rispettati, per scontare la loro pena in condizioni migliori. Lasciare le carceri italiane così come sono, equivale a mantenere in piedi la più grande palestra di affiliazione esistente nel nostro paese.
Non è un caso che appena Silvio Berlusconi ha annunciato di volersi ricandidare, i primi ad aver dato il loro personalissimo "signor sì signore!" siano stati proprio quei rappresentanti del Pdl campano che tanta dimestichezza hanno con le aule di giustizia. Da Nicola Cosentino, ex sottosegretario all'Economia, scampato all'arresto due volte grazie al voto contrario della Camera a Luigi Cesaro, ex presidente della Provincia di Napoli, indagato per concorso in associazione mafiosa. Da Marco Milanese, ex ufficiale della Finanza, poi deputato e braccio destro di Giulio Tremonti, salvato dal carcere dal no dell'Aula alla richiesta d'arresto. Fino ad Amedeo Laboccetta, indagato per favoreggiamento. L'elenco potrebbe continuare, ma preferisco fermarmi qui.
Tutti hanno avuto parole di stima nei riguardi di Berlusconi, l'unico a detta loro, in grado di tirarci fuori dalla crisi, di abbassare le tasse e incrementare l'occupazione. Insomma: dopo Berlusconi solo Berlusconi. Dietro questo ritorno vedo stagliarsi non solo la vecchia politica, sempre orrida e uguale a se stessa, ma vedo anche crescere il pericolo del solito voto di scambio. Delegittimare la politica, vuol dire anche svalutare il voto. E per una parte del Paese la scheda elettorale diventa un bene da far fruttare, da poter vendere. Più disgusta la politica, più vendere un voto per 50 o per 25 euro non appare una pratica amorale, non sembra affatto una deroga al senso civico, ma una minima ricompensa per i soprusi che si è costretti a subire.
Il voto di scambio diventa fondamentale in un momento in cui non c'è lavoro. In un momento in cui anche un concorso per l'insegnamento viene subìto come l'ennesima presa in giro da chi neo-laureato aspira all'abilitazione, da chi già abilitato deve sottoporsi all'ennesima trafila per sperare di entrare in ruolo e da chi mai abilitato ma eterno supplente a cinquant'anni spera che questa sia la volta buona. E allora basta un piccolissimo, talvolta invisibile intervento per assegnare migliaia di voti.
Il timore maggiore è che ripiombare nel meccanismo Berlusconi sì, Berlusconi no sia il modo migliore non solo per aiutare Berlusconi a farcela di nuovo, ma anche il modo più veloce per seppellire sotto quintali di macerie la lotta alle organizzazioni criminali. Del resto non dimenticherò mai cosa mi disse, una volta, un magistrato che stimo molto: "Bisognerebbe eliminare dal nostro vocabolario il termine antimafia, perché legittima tutti". Chiunque affermi di essere antimafia, si posiziona da sé automaticamente dalla parte del bene. Eppure ci sono modi di fare antimafia superficiali, qualunquisti, di facciata. Con inchieste che gettano fumo negli occhi. La battaglia antimafia si valuta nei risultati dei processi, nella capacità di diffondere nel paese una reale coscienza e conoscenza dei fatti, nella modifica delle leggi, nella costruzione di possibilità altre per le imprese. Non nei proclami sui dati degli arresti e nello sbandierare la battaglia come grimaldello politico.
Due righe dell'inchiesta sull'infiltrazione della ndrangheta nella azienda di call center "Blue Call" mi hanno dato un colpo allo stomaco. Una mamma vicina alla 'ndrina dei Bellocco suggerisce alla figlia, cui a scuola avevano assegnato un tema sulla mafia, di scrivere: "La mafia è lo Stato". Quando si arriva a questo bisogna iniziare a comprendere a che punto è la notte italiana.
Ancora una volta verità e potere hanno finito per non coincidere, per contraddire, anzi, la volontà di un paese. È stato bocciato al Senato americano il disegno di legge che rendeva obbligatori controlli su chi intendesse acquistare un’arma. Per verificare che non avesse precedenti penali o malattie mentali. Una proposta ragionevole che sembrava, porprio per la sua semplicità e il suo buon senso, potesse passare. Ma la National Rifle Association, la lobby delle armi, in grado di gestire interi pacchetti di voti, ha avuto la meglio e al Senato la proposta ha trovato un muro.
Morto Giulio Andreotti, la prima immagine che mi è tornata in mente è quella dell'intervista con Eugenio Scalfari in questo dialogo: “Dunque, presidente, è un caso che i familiari di alcune persone assassinate la odino? La odia il figlio del generale Dalla Chiesa: dice che c'è la sua mano nell'omicidio del padre. La odia la moglie di Aldo Moro che la ritiene uno dei responsabili della morte del marito. È un caso che la odi la moglie del banchiere Roberto Calvi? Dice che lei minacciò prima e ordino poi l'omicidio di Calvi. Dice che non l'uccise lo Ior, ma due persone: Andreotti e Cosentino, che adesso è morto. E poi mi domando: è un caso che lei fosse ministro dell'Interno quando Pisciotta è stato assassinato con un caffè avvelenato? Si disse che Pisciotta avrebbe potuto rivelare i mandanti dell'omicidio del bandito Giuliano. È un caso che il banchiere Michele Sindona sia stato assassinato allo stesso modo? Anche lui, costretto in carcere, avrebbe potuto fare rivelazioni fastidiose. È un caso che tutti dicano che lei abbia ripetutamente protetto Sindona? È un caso che il suo luogotenente Evangelisti abbia incontrato Sindona da latitante, a New York, in un negozio di soldatini? È un caso quello che dice il magistrato Viola, che se lei non avesse protetto Sindona non sarebbe mai maturato il delitto Ambrosoli? E ancora: è un caso che lei annota tutto scrupolosamente nei suoi diari e dimentica di annotare del delitto Ambrosoli? Ed è un caso che nel triennio '76-'79, quando lei era Presidente del Consiglio, tutti i vertici dei servizi segreti erano nelle mani della P2? È un caso che nei suoi ripetuti incontri con Licio Gelli, capo della P2, parlavate – solo ed esclusivamente – dei desaparecidos sudamericani? Così ha detto lei: "solo chiacchiere amichevoli". Infine, è un caso che lei sia stato tirato in ballo in quasi tutti gli scandali di questo paese? E tralascio tutti i sospetti che aleggiano sui suoi rapporti con la Mafia. Insomma – come ha detto Montanelli – delle due, l'una: o lei è il più grande, scaltro criminale di questo paese, perché l'ha sempre fatta franca; oppure è il più grande perseguitato della storia d'Italia. Allora le chiedo: tutte queste coincidenze sono frutto del caso o della volontà di Dio?".